Versione adatta alla stampadi
Edoardo Tabasso
Tratto da

il 27 gennaio 2008
"C’è qualcuno convinto che chi ci attacca sia motivato dalle cose sbagliate che facciamo. Hanno torto. Ci attaccano per le cose buone che facciamo. Perché siamo una democrazia. Non è un caso che Amin Dada abbia invocato “l’estinzione dello Stato d’Israele”. E non è un caso che questo assassino razzista sia il capo dell’organizzazione per l’Unità Africana. Israele è una democrazia. E le dittature cercheranno qualsiasi occasione per distruggere la cosa che le minaccia di più, cioè la democrazia".
(Dal discorso pronunciato da D. P. Moynihan scritto con il contributo di N. Podhoretz, in occasione della risoluzione Onu approvata dall’Assemblea Generale il 10 novembre 1975 che equiparava il sionismo a una forma di razzismo).
Chi ha la pazienza di scorrere l’intero elenco degli eventi che si tengono nel nostro Paese in occasione dell’ottava celebrazione del Giorno della Memoria, noterà un che di incongruo e confusionario.
Le iniziative previste per quest’anno sono numerosissime, coinvolgono indistintamente grandi e piccole città e sono indette da istituzioni varie, amministrazioni locali, scuole e università. Ma pur nel valore enorme, voglio sottolinearlo, della Giornata, da questa miriade di appuntamenti emerge anche uno slittamento del suo valore in virtù di una bizzarra proprietà transitiva: dalla Shoa verso fenomeni altri affini alle tematiche molto generiche del razzismo.
Il Giorno della Memoria rischia di perdere così la sua connotazione originaria e ragionevole per diventare spunto per un tripudio di bontà eterodiretta. Sembra ormai integrato nel nostro vivere sociale il costume di cum patire, divenire partecipi delle disgrazie altrui, a condizione di poter fare, in circostanze prestabilite, pubblico sfoggio della propria nobiltà d’animo e dare spazio al compiacimento per la propria giustezza.
La tragedia di un popolo non è grossolanamente trasferibile ad un altro, giacché l’inconsapevolezza e la faciloneria ci condannano ad un domani ancor più funesto dell’ieri.
Non possiamo che constatare la veridicità della lezione di Allan Bloom: una pigrizia cognitiva senza precedenti si è impossessata della nostra mente facendoci approdare alla mitizzazione dei valori ed espellendo dai nostri pensieri l’urgenza della realtà dei fatti.
Il tema dominante del Giorno della Memoria, ovvero la Shoa, il genocidio sistematico degli ebrei europei, sembra dissolversi e circoscriversi come parentesi storica. Si confonde tra un eccesso informativo fuorviante che fa da cassa di risonanza a quella forma di dispiacere drammatizzato e generalizzato che voglio evocare come retorica del pietismo e che non ci difende dalla retorica del cum patire stereotipato, fedele sostenitrice del politicamente corretto, infarcito di santificazioni aprioristiche e condanne sommarie.
La mancanza di approfondimento analitico si traduce in arditi e vani tentativi di proiettarsi oltre il mondo fisico, verso ideali assoluti e impalpabili, indicati da parole-simulacro come democrazia, pace, libertà e diritti umani.
Se queste altissime mete politiche e culturali sono l’obiettivo bisogna costruire fondamenta solide sulle quali edificare la nostra architettura intellettuale, bisogna partire dalle tragiche verità della storia contemporanea.
Il Giorno della Memoria dell’Olocausto, è un buon giorno per fare un passo in questo senso. Soffermiamoci quindi come è doveroso a guardare con i nostri occhi le ricostruzioni storiche, anche televisive di film e fiction come il riuscito film tv Fuga per la libertà andato in onda il 25 gennaio in prima serata su Canale 5 diretto da Carlo Carlei e che narra la vicenda dell’aviatore Massimo Teglio. Un eroe coraggioso, e finora poco conosciuto, interpretato da un misurato Sergio Castellito.
Soffermiamoci ad ascoltare le testimonianze di chi c’era, rivivendo i racconti di quegli uomini e quelle donne sopravvissuti all’abominevole odio razziale, che fu tedesco, ma anche italiano, provando così nel riserbo del nostro sentire personale un brivido sulla pelle e nel nostro cuore.
Ma raccogliamo l’invito a meditare su quanto è stato, ricordando che l’antisemitismo si mostra oggi con nuovo vigore, perché un nuovo capitolo è iniziato sessant’anni fa con la fondazione dello Stato di Israele
Non c’è bisogno di aspettare l’ultimo rapporto dell’Agenzia per i diritti fondamentali dell'Ue che sarà reso pubblico alla fine di questo mese per rendersi conto che gli episodi di odio antiebraico sono aumentati: omicidi come quello nel 2006 di Ilan Halimi, un marocchino francese di origine ebraica, linciaggi, ferimenti, atti di vandalismo contro tombe o monumenti, graffiti offensivi e sms telefonici. Fatti criminali di matrice antisemita che, come si può leggere nell’anticipazione del Rapporto “seguono l'andamento del conflitto arabo-israelo-palestinese”. Che strana coincidenza!
Da decenni si è costituita una patologia di un pregiudizio antisraeliano che persevera in una colpevolizzazione ossessiva verso Israele. Quanto più Israele viene attaccata tanto più peggiora l’atteggiamento della stampa verso Israele e in modo consequenziale la percezione negativa dell’opinione pubblica. Nella gran parte dei media giornalistici si è rivelata una vera e propria incapacità nel raccontare e analizzare in modo adeguato la guerra asimmetrica scatenata dal radicalismo islamico. Una copertura informativa fortemente e spietatamente ostile a Israele che fomenta un’intensa sovrapposizione nell’opinione pubblica tra Stato d’Israele, governo israeliano, popolazione israeliana ed ebrei della diaspora contribuendo così a diffondere da una parte un atteggiamento comprensivo riguardo nei confronti del terrorismo, dall’altra l’immagine di Israele nemico della pace, o ancora peggio razzista e imperialista. Emergono così deboli e vili interpretazioni e semplificazioni che impediscono di comprendere fino in fondo la vera natura e l’entità della bolla terroristica e si valutano come i sacrifici e le scelte di un Stato per la sua sicurezza come errori strategici e controproducenti sia dal punto di vista politico sia da quello morale, poiché non escludono ma ritengono accettabile l’uso della forza.
Le continue esortazioni nelle pubblicazioni e nelle tv mediorientali alla distruzione di Israele, le ripetute dichiarazione di odio cieco e le promesse di sterminio di Ahmadinejad sono da prendere molto sul serio. Impuniti proclami a spron battuto infarciti di slogan sfacciatamente antiebraici. Tutte le teorie secondo le quali l’antisemitismo classico sarebbe diminuito con la creazione di Israele, e infine scomparso del tutto, sono state smentite. Per di più Israele è diventato di fatto la somma di tutto il male, la prova che i Protocolli dei Savi Sion avevano ragione e le accuse di blood libel, secondo cui gli ebrei impasterebbero le azzime con il sangue di bambini cristiani sgozzati, un topos diffusissimo nella stampa e nella televisione arabe, erano vere.
Dopo la Shoah, l'antisemitismo è divenuto un tabù pressoché invincibile ma è quindi forse meno censurabile quando proviene da Oriente?
Nell’impasse politica timida e quasi catastrofica dell’Unione europea, a fronte delle lezioni di pace che l’Europa declama con parole, che sono più sporche della guerra che Israele si trova a condurre, nel solito gioco mediatico e diplomatico che colpevolizza unilateralmente Israele e le sue politiche, allora con forza retorica, quando molti di noi oggi rievocheranno con intensa commozione la Shoa e milioni di ebrei europei sbranati dallo sterminio nazi-fascista, portiamoci, anche metaforicamente la bandiera con la Stella di David. Celebreremo questa Giornata fronteggiando gli antisemitismi di oggi per rompere il senso comune dettato dal politically correct e per riacquisire invece contro gli abusi della memoria efficaci attribuzioni di senso verso fatti esemplari affinché divengano principi d’azione per il presente e per il futuro.
Condividi questa pagina con altri lettori: