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*Il diario di Rutka dal ghetto di Varsavia

Versione adatta alla stampaVersione adatta alla stampa27 gennaio - Giorno della MemoriaPier Mario Fasanotti

Tratto da cronache di cronache di Liberal del 26 gennaio 2008

Si chiamava Rutka ed era una fanciulla in fiore. Delicata, acuta, bella. E si chiedeva, in quel terribile inverno del 1943, di quale sapore fosse il bacio. Ma si chiedeva anche perché lei come tanti altri con la croce di Davide cucita sul petto, la Judenstern imposta dai nazisti occupanti, fosse privata di orizzonti, di campi con ruscelli dove la natura infonde il senso dell’infinito e della gioia. E della libertà.

Viveva nella cittadina di Bedzin, di origine medioevale. Un borgo di grande vivacità culturale e commerciale prima che i Panzer tedeschi arrivassero per dettare ordini e decretare morte. Un borgo europeo con una duplice sfortuna: quella di essere in Polonia e quella di trovarsi a pochi chilometri dal luogo più infame del mondo, Auschwitz (Oswiecim in polacco).

Raccontiamo di Rutka Laskier perché raccontò del mondo quando stava per perderlo e la sua storia è stata scoperta solo qualche anno fa. La ragazzina tenne un diario in quell’affollatissimo ghetto e poi lo nascose assieme a un’amica ariana sotto le assi di una scala. Si è parlato di lei come di «una Anna Frank» polacca, ma è sbagliato: lei non era nascosta in una soffitta, lei non sperava nulla perché sapeva delle camere a gas di Auschwitz e della sorte cui andava incontro il suo popolo. Tragica è la sua adolescenza, ma curiose sono le circostanze del ritrovamento del manoscritto ora pubblicato dalla Bompiani (Diario, di Rutka Laskier, 172 pagine, 12, 00 euro). Una donna di origini polacche e cittadina israeliana, Zahava Laskier, sa che suo padre Yaakov prima di fuggire per sempre dalla Polonia ha avuto una moglie e due figli, Rutka e Henius. Riflette a lungo davanti alla foto che ritrae i suoi due fratellastri, finché viene a conoscenza di un quaderno scritto durante l’Olocausto. Il cognome della ragazzina di quattordici anni è uguale al suo. Sì, è proprio Rutka, quella della foto. Ma perché quelle pagine saltano fuori solo nel 2006? E perché Stanislawa, la donna che l’ha rinvenuto non ha fatto conoscere prima le memorie degli ultimi mesi di Rutka? Lavorava vicino al ghetto e di tanto in tanto andava a controllare l’appartamento dei Laskier. Sapeva che Rutka, quattro anni meno di lei, stava scrivendo un diario. Lo lesse e rilesse fino ai suoi ottant’anni, alla fine decise di consegnarlo a uno che faceva indagini sugli ebrei di Bedzin. Il diario di Rutka è un impasto di emozioni: c’è il turbamento adolescenziale, gli alti e bassi dell’umore, la voglia di volare oltre le mura che isolano una città-cimitero. Guarda dentro di sé e fuori di sé.

Cinque febbraio 1943, Rutka scrive: «Il cerchio si stringe sempre di più. Il mese prossimo avremo già il ghetto, un vero ghetto, con mura di mattoni. D’estate sarà insopportabile, starsene chiusi in una gabbia grigia e soffocante, e non vedere i campi e i fiuori… non sarà più possibile passeggiare per via Malachowska senza venire deportati, andare al cinema la sera…». Ed ecco piombarle addosso la domanda su Dio che «permette» che tutto questo avvenga. Inevitabile perché Rutka è testimone: «…di gente gettata viva dentro i forni, di bambini piccoli ai quali si spacca la testa con il calcio dei fucili…». C’è un passo che riassume in maniera esemplare il batticuore di una ragazzina che sta per diventare adulta: «Pare che dentro di me si sia risvegliata la donna… ieri, mentre stavo nella vasca da bagno e l’acqua mi accarezzava tutto il corpo, ho desiderato fortemente che fossero delle mani ad accarezzarmi… non lo avevo mai provato prima…». Scrive della passioncella che Janek ha per lei, poi continua: «Ho visto con i miei occhi un soldato strappare un piccolo di pochi mesi dalle braccia della madre e sbattergli la testa con tutta forza contro un palo di un lampione. Il cervello è schizzato su un albero…». La normalità si impregna di inferno. Rutka vive dentro un muro di mattoni, ma un muro se l’è già costruito dentro di sé. Andrà poi a lavorare in una fabbrica. S’accorge che i militari la spogliano con gli occhi, si sente sudicia. «Vorrei lasciare tutto e fuggire via, lontano da Janek, Jumek, Mietek, lontano da casa e da questo marciume grigio». Sì, lascerà il ghetto. Ma alla volta di Auschwitz.




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