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Quei 600mila no a Salò

Versione adatta alla stampaVersione adatta alla stampaUno studio racconta finalmente la loro vicenda. Fra di loro nomi come Lazzati, Natta, Paci e Guareschi. I nazisti li considerarono traditori e li trattarono spesso in modo disumano. Ma seppero reagire e crearono persino una clandestina 'università dei lager' • Tanti furono i nostri militari che dopo l'8 settembre rifiutarono la Rsi e vennero internati nei lager tedeschi
di Antonio Airò

Tratto da Avvenire del 26 gennaio 2008

Hanno un nome, un cognome, un grado militare. Ma non sono persone. Sono solo dei numeri.

Che indicano il loro essere 'schiavi' destinati a lavorare per un salario men che simbolico e segnati da una fame continua. Due patate, una scodella di rape, e una fetta di pane nero, questa all’incirca la razione quotidiana. Sono gli IMI (Internati Militari Italiani).

Seicentomila: generali, ufficiali, sergenti, caporali, soldati, marinai, avieri, distribuiti in 350 lager tedeschi, costretti a vivere in condizioni disumane, in aree create appositamente per annullare la loro dignità. Hanno in grande maggioranza rifiutato di aderire, «nonostante l’alternanza di minacce e di blandizie, di violenze e di promesse» al regime di Salò.

Sono infatti 180. 000 quelli che in vari modi e forme, spesso carichi di riserve e di distinguo, accettarono di arruolarsi nelle truppe della Repubblica Sociale e di combattere con le truppe tedesche in Italia. Solo una minoranza per condivisione ideale del fascismo, molti per poter rientrare dalle loro famiglie, parecchi per disertare dopo aver compiuto il periodo di addestramento. Solo nel lager di Biada Podlaska, in territorio polacco ai confini della Russia, 2600 ufficiali accettarono la RSI, mentre 147 dissero no ai nazifascisti. Pagandone ovviamente le conseguenze.

Gli IMI, dopo l’8 settembre erano stati deportati in Germania. Il nostro esercito era allo sbando. Hitler e i suoi gerarchi li ritengono dei traditori. E sono sostanzialmente lasciati al loro destino anche dal Duce e dal suo governo. Non sono classificati prigionieri di guerra; quindi non valgono per loro le convenzioni internazionali e non possono usufruire degli aiuti della Croce Rossa (abbastanza generosa con i militari degli altri Paesi in guerra con la Germania provocando anche qualche invidia nei nostri costretti alla fame quotidiana). Non hanno diritti, ma solo pesanti e insopportabili obblighi.

Ma la tragedia degli IMI – come nota in un suo libro il giornalista Luca Frigerio – è «un caso unico, probabilmente, nella storia di tutti tempi» con prigionieri che 'volontariamente' e in numero così imponente, scelgono di restare nei lager andando incontro a umiliazioni, violenze e anche razzismo nei loro confronti, a trasferimenti continui e penosi da un campo di concentramento all’altro in condizioni inaccettabili. Con questi militari condivisero la loro sorte numerosi cappellani militari, come, il francescano Ernesto Caroli, il fondatore dell’Antoniano di Bologna, e un gruppo anche di crocerossine.

Non molti i no derivanti dalla maturazione di una coscienza democratica e antifascista (ma fra gli IMI ci furono Giuseppe Lazzati e Alessandro Natta); più numerosi specie tra gli ufficiali i no per fedeltà alla casa Savoia.

«La maggioranza dei militari – rileva Frigerio – non aderirono perché non avevano nulla a che fare con i tedeschi». Quella che prevale nelle testimonianze dirette dei pochi sopravvissuti ai lager, e affidati a diari personali che Frigerio ha letto, è un’affermazione di dignità e quindi di libertà. «Nonostante le loro condizioni, migliaia di internati, riuscirono ad evadere non fisicamente ma moralmente e spiritualmente.

Continuare a pensare in un campo di concentramento è già un gesto di rivolta e di liberazione». L’attore Gianrico Tedeschi confessa che nel lager è nata la sua vocazione teatrale ricordando anche di avere messo insieme con Giovanni Guareschi, un altro IMI, una rassegna d’arte varia. «Con noi c’era anche un tale che suonava la fisarmonica, ma dove sia riuscito a trovarla davvero non l’ho mai capito. . . ».

Nonostante la condizione di depravazione in cui cerca di sopravvivere la stragrande maggioranza degli internati, le testimonianze rivelano anche il sorgere di 'università dei lager' con conferenze, incontri, lezioni, passaggio di libri, perfino un giornale parlato e una minuscola radio 'chiamata Caterina' messa in piedi da due ingegnosi ufficiali. Tra i maestri di questa singolare università, Lazzati (che ritorna più volte nelle testimonianze degli IMI), il filosofo Enzo Paci, lo scrittore Roberto Rebora, il caricaturista Giuseppe Novello, oltre a Guareschi. «Si leggeva e si discuteva di tutto, ma gli IMI rimanevano un’orda di 'morti di fame'».

Quella degli internati militari è stata fino agli anni recenti una storia dimenticata e anche rimossa dagli stessi protagonisti. Forse gli IMI hanno fatto loro il giudizio di Primo Levi «qualunque cosa avessero raccontato, non sarebbero stati creduti». Luca Frigerio ha il merito, anche con le foto scattate nei lager e sfuggite ai controlli dei nazisti, di ridare voce a questa resistenza sconosciuta morale degli IMI.

Luca Frigerio
Noi nei lager
Testimonianze di militari italiani internati nei campi nazisti (1943-45)

Paoline - 2008 - pp. 298 - euro 16,00




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