Versione adatta alla stampaUno storico tedesco «non revisionista» conferma: sull'isola i nazisti uccisero 2500 italiani, non diecimila
di
Roberto Beretta
Tratto da

del 10 gennaio 2008
E tre. È vero che la fonte è tedesca, e dunque «interessata» ad abbassare il conto delle vittime di Cefalonia; ma ormai la concordanza dei numeri, tra fonti tanto diverse e indipendenti, comincia ad avere un peso significativo.
Il primo è stato Massimo Filippini, avvocato e orfano di un ufficiale fucilato nel 1943 sull’isola greca, che nel suo libro
I caduti di Cefalonia: fine di un mito ha ricostruito sulla base dei tabulati dell’Esercito il vero numero dei morti della Divisione Acqui: non 9-11 mila, come finora vorrebbe il balletto delle cifre correnti (e anche vari storici), bensì 1734 tra caduti in combattimento e trucidati dopo la resa, oltre ai morti in mare durante il trasferimento in Germania. Anche lo storico Giorgio Rochat ha sottoscritto un bilancio di circa 3800 morti, di cui 1300 annegati durante il trasporto via mare. Adesso dalla Germania arriva il parere di Hermann Frank Meyer, autore del recentissimo e corposo
Bluetiges Edelweiss («Stella alpina insanguinata. La prima Divisione da Montagna nel II conflitto mondiale », editore Links di Berlino), in cui rievoca le tragiche gesta – migliaia di civili balcanici uccisi e prigionieri italiani massacrati non solo a Cefalonia ma anche a Corfù e nell’Albania meridionale – compiute dalla divisione alpina Edelweiss.
Ebbene lo studioso, intervistato dalla
Suddeutsche Zeitung, riduce le perdite italiane per mano tedesca a circa 2500. Meyer – che ha 67 anni, è un ex imprenditore e nel nuovo volume condensa 15 anni di ricerche sulle tracce dei crimini della Wehrmacht – sostiene che sulle vittime di Cefalonia le cifre «sono molto esagerate. Nel mio libro ho confrontato questi numeri in modo accurato. Secondo il mio calcolo sono morti in totale circa 4.000 italiani: 2.500 sull’isola, nelle esecuzioni ma anche in azioni di combattimento o nei massicci bombardamenti della Luftwaffe; altri 1.500 prigionieri morti durante il trasporto via mare, perché le navi sono finite sulle mine».
Una sostanziale conferma dunque sia delle cifre elaborate da Filippini, sia di quelle ipotizzate da Rochat. Meyer, che non può essere accusato di «negazionismo» (è autore di vari libri sui crimini di guerra nazisti nei Balcani e non è nemmeno d’accordo con la recente archiviazione a Monaco di un processo contro un reduce tedesco di Cefalonia), ammette di non essere in grado di dire «quanti dei 2.500 italiani sull’isola siano stati veramente fucilati»; gli unici documenti sono relativi alle esecuzioni alla famigerata Casetta Rossa, dove «entrarono in azione almeno 4 plotoni » e vennero messi al muro «137 ufficiali, tra cui il primo – alle 8 del 24 settembre – fu il generale Antonio Gandin. Le fucilazioni andarono avanti fino a mezzogiorno. Ne uscirono vivi 36 ufficiali originari dell’Alto Adige, o che poterono dimostrare di essere fascisti, o salvati da un sacerdote», il cappellano don Romualdo Formato.
Non si tratta dell’unica novità avanzata dallo storico tedesco, il cui padre – ufficiale in Grecia – nel 1943 fu dichiarato disperso dopo la cattura ad opera dei partigiani. Meyer sostiene infatti di aver «trovato prove che il governo italiano non fu in alcun modo interessato a portare avanti» un processo nei confronti di una trentina di nazisti all’inizio degli anni ’50: «Si voleva che i tedeschi entrassero nella Nato, nel qual caso un processo sarebbe stato d’intralcio. Il giudice militare di Roma chiese aiuto al Ministero degli Esteri per gli accertamenti», ma le procedure furono insabbiate.
La circostanza in effetti s’accorda con gli esiti dell’inchiesta svolta dall’Esercito Italiano a Cefalonia, sfociata fin dal novembre 1948 in un «rapporto riservato» dove si consigliava di «non perseguire i responsabili di erronee iniziative», ma di lasciare che il «mito di Cefalonia» seguisse i binari su cui era avviato. E dai quali oggi forse bisognerebbe smuoverlo.
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