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Il patrimonio di Philip Roth è disperato, la Spe Salvi è una soluzione

Versione adatta alla stampaVersione adatta alla stampaDopo la crisi del pensiero ideologico • Il libro dello scrittore americano e l’enciclica di Benedetto XVI danno due visioni opposte del presente
di Sandro Bondi

Tratto da Il Foglio del 29 dicembre 2007

Al direttore - “Morire è orribile e mio padre stava morendo. (…) Perché un uomo doveva morire? (…) Mia madre e gli altri defunti erano stati portati lì dalla forza irresistibile di quello che era, in fondo, un caso più improbabile: essere vissuti”. Sono alcune citazioni dell’ultimo libro di Philip Roth, “Patrimonio”, dedicato agli ultimi anni di vita del padre Ermann Roth. Si tratta di un libro che, al pari di quello precedente intitolato “Everyman”, lascia poco spazio alla speranza, anzi sprofonda il lettore in un vuoto disperante, contrappuntato solo dal ritmo ineluttabile della sofferenza irredimibile. Ho ripensato a queste pagine leggendo, negli stessi giorni di Natale, l’ultima enciclica del Santo Padre, Spe Salvi, che offre una chiave di lettura dei tempi che viviamo diametralmente opposta a quella rappresentata dal grande scrittore americano. Benedetto XVI riconosce che “la misura dell’umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente”. Ma cita subito dopo alcune frasi di una lettera del martire vietnamita Paolo Le-Bao-Thin, nella quale la sofferenza diventa nonostante tutto “canto di lode”. Una lettera dall’inferno, quella del martire vietnamita, in cui la sofferenza si trasforma addirittura in gioia e letizia mediante la forza della speranza che proviene dalla fede. “Proprio là dove gli uomini – conclude il Pontefice –, nel tentativo di evitare ogni sofferenza, cercano di sottrarsi a tutto ciò che potrebbe significare patimento, scivolano in una vita vuota”. Provano, in sostanza, quell’oscura sensazione della mancanza di senso e della solitudine che percorre ossessivamente tutto il libro di Roth, nel quale è assente ogni sia pur flebile ricerca del senso della vita e della sofferenza. Non c’è scampo per l’uomo: ogni scelta, ogni sentimento viene trattato con cruda indifferenza come sul tavolo anatomico di un medico.

La definizione degli affetti fornita da Spinoza
Da questo punto di vista, la speranza sarebbe concepita come un segno di debolezza, secondo la definizione degli affetti fornita da Spinoza. Per questo il testo di Roth, così emblematico dei sentimenti più diffusi della nostra epoca, pone domande impegnative anche alla coscienza dei cristiani. Non a caso, lo stesso Benedetto XVI nell’enciclica sopra ricordata si domanda: “La fede cristiana è anche per noi oggi una speranza che trasforma e sorregge la nostra vita?”. Ricordando che “Dio entra veramente nelle cose umane solo se non è soltanto pensato, ma se Egli stesso ci viene incontro e ci parla”. Papa Ratzinger vuole dirci che la fede cristiana quando è un fatto serio dell’esistenza, trasforma dal di dentro la vita e il mondo. Per questo il Vangelo cambia la vita, e chi ha speranza vive diversamente. Perciò “la fede non è soltanto un protendersi verso le cose che devono venire. Essa ci dà già qualcosa della realtà attesa, e questa realtà presente costituisce per noi una ‘prova’ delle cose che ancora non si vedono. Essa attira dentro il presente il futuro”. Il presente viene così toccato dalla realtà futura. Come si vede il presente è la dimensione in cui avviene la redenzione, l’esperienza dell’incontro con il Dio vivente che trasforma la nostra vita. Nello stesso tempo, però, il presente è anche la dimensione della vita che molte persone privilegiano, come ricorda Benedetto XVI, rifiutando la fede semplicemente perché la vita eterna non sembra loro una cosa desiderabile. Qual è allora la differenza fra queste due concezioni del tempo presente? Si potrebbe dire che è proprio la speranza, che, nel primo caso, fa sì che “le cose future si riversano in quelle presenti e le presenti in quelle future”, mentre nella seconda interpretazione svuota il presente di ogni tensione verso il trascendente e di ogni relazione con l’esterno. In questo senso, il presente appare semplicemente come il teatro di un mattatoio, per riprendere una terribile definizione di Roth, nel quale la vita è degna di essere vissuta solo fino a quando essa non produca una sofferenza inspiegabile e perciò disperatamente intollerabile.

La crisi del pensiero ideologico ha restituito al presente un valore fondamentale, togliendo di mezzo la nostalgia del passato e l’immaginazione rivoluzionaria del futuro.

Il nostro dovere, tuttavia, oggi è quello di dare un senso a questo presente, di scendere e di scavare dentro le sue profondità, così come di liberarne le energie protese verso un futuro di speranza.

Solo così sarà possibile far nascere la concezione di un’autentica libertà, far maturare un forte senso di responsabilità, scoprire l’amore per la verità e per il bene comune.




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