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Né irenica né isterica, la lettera dei 138 è il gesto tanto atteso dopo Ratisbona
Tratto da

del 16 ottobre 2007
La lettera dei 138 saggi dell’islam lancia una parola di umiltà e di riconciliazione all’interno della sollevazione fondamentalista che investe il mondo islamico. Ci piace quest’idea pragmatica secondo cui musulmani e cristiani formano oltre metà della popolazione mondiale e la “sopravvivenza” dipende da un accordo tra di loro.
Non è la solita stanca profferta di dialogo. Non c’è solo l’apertura del cardinale Jean-Louis Tauran. Anche il Daily Telegraph, che non fa sconti all’islam radicale che insanguina Londra e benedice l’esecuzione dei suoi Kenneth Bigley, accoglie positivamente la lettera: “Nell’era in cui l’estremismo islamico, con la sua chiamata alla rivoluzione letale, sembra dettare le regole, è incoraggiante sentire di un grande gruppo di leader musulmani che sostengono la pacifica coesistenza con i cristiani”. Non mancano le riserve: la fatwa come strumento di egemonia, la definizione del jihad, la relazione con il giudaismo, lo status delle minoranze religiose e il martirologio che ha offerto il sangue degli innocenti in olocausto al nostro tempo. Manca una lettura ermeneutica del Corano. Perchè abbia inizio un dialogo vero non bastano il dotto letteralismo e l’estrapolazione di versetti che invitano alla tolleranza. La reggenza teologica dell’islam deve farsi carico di trent’anni di stragismo e di negazionismo su cui grava la morte di 100 mila musulmani per mano di altri musulmani. Anche il Times ne ha parlato bene, nonostante lo scetticismo di dignitari anglicani come l’ex musulmano oggi vescovo di Rochester, Michael Nazir-Ali. Di fronte alla cupola pakistana che conferisce a Osama bin Laden l’onorificenza di “spada dell’islam”, alla retorica ghettizzante del qariota Yusuf al Qaradawi, all’eulogia maomettana di Tariq Ramadan, ben vengano gesti né irenici né isterici come questi. I 138 riaprono la strada al razionalismo arabo dei Mutaziliti che produsse Farabi, Avicenna e Averroè. La soluzione allo scisma islamico, di cui subiamo le conseguenze, passa dalla riscoperta della ragione nemica del gorgo nichilistico che ha mosso guerra all’apostata, al deviante e all’infedele. Travolgendo i civili israeliani nelle feste di matrimonio, i villaggi yazidi, gli stampatori di Bibbie incaprettati sul Bosforo e le masse sciite che comprano frutta a Baghdad. Dopo Ratisbona c’era bisogno di una mano islamica tesa verso la nostra umma. Questo è un buon inizio.
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