Versione adatta alla stampadi
Eugenia Roccella
Tratto da

del 13 settembre 2007
Il recente discorso del Papa al santuario austriaco di Mariazell ha riaperto il dibattito sul rapporto di alleanza tra la scienza e l’uomo. La scienza è amica o nemica? È intrinsecamente buona, qualunque cosa faccia o voglia fare, oppure deve essere guidata da riferimenti etici certi e orientata al bene?
Noi non abbiamo dubbi: niente che riguardi l’umano può sottrarsi al giudizio etico, e tantomeno la scienza, che ha già dimostrato di poter essere assoldata da regimi totalitari e piegata a volontà di potenza. Questa consapevolezza non ci porta, però, a nutrire oscuri timori: in un regime di democrazia, se c’è un dibattito pubblico ricco e trasparente, in cui tutte le voci possono esprimersi, la verità tenderà a emergere, e l’opinione pubblica saprà giudicare. "Se", appunto. Perché il rischio che corriamo oggi, più di quello della cattiva scienza, è quello della cattiva informazione.
La comunicazione sulla ricerca scientifica è spesso priva di qualunque rispetto per la verità, e non soltanto perché le questioni di cui si tratta sono complesse ed è difficile sia capire che spiegare correttamente. L’impressione è che ci sia talvolta un preciso fine manipolativo, la volontà di non andare troppo per il sottile, per creare un clima di attesa messianica, di ingenua meraviglia di fronte ai cosiddetti "miracoli della scienza". Un clima, insomma, che azzeri qualunque spirito critico. Niente di più antiscientifico; e il fatto che maggiormente ci turba è che a creare questa situazione contribuiscono in gran parte gli stessi scienziati. Prendiamo, per esempio, l’intervista al prof. Veronesi pubblicata lunedì dal Corriere e corredata da un ampio grafico che illustra come la vita umana, nel corso della storia, si sia allungata in parallelo con le conquiste della medicina. Però, mentre la curva, fino al 2005, riguarda cifre reali, l’impennata successiva, che colpisce il lettore a prima vista, è puramente ipotetica. Insomma, si accostano dati statisticamente rilevabili a proiezioni, e da questo confronto assai poco scientifico si desume che grazie alla scienza i nati nel 2007 vivranno fino a cent’anni (per l’esattezza, i maschi fino a 97 e le femmine fino a 103).
Nell’intervista il professore difende l’utilità degli embrioni interspecie, i famosi embrioni chimera che due centri di ricerca inglesi hanno chiesto di poter creare. «Qual è il problema?» si chiede il professore. La tecnica, il trasferimento nucleare, è la stessa della clonazione terapeutica umana. «Se si prende un ovulo di donna, lo si svuota del patrimonio genetico e vi si inserisce del Dna del paziente, si cominciano a creare staminali embrionali terapeutiche per il paziente stesso». Veronesi non ricorda – ma per la verità non lo ricorda mai nessuna delle nostre star della scienza, né la Levi Montalcini, che si è dichiarata a favore delle chimere, né Boncinelli, né altri – che la clonazione terapeutica umana è un mito, un’araba fenice, perché non è mai stata realizzata in nessun laboratorio del mondo. Non solo: intorno a questo mito si è costruita la grandiosa truffa internazionale del coreano Hwang Woo Suk, che riuscì a convincere riviste prestigiose e autorevolissimi scienziati di aver ottenuto cellule staminali embrionali con questo procedimento.
La rivista patrocinata dal prof. Veronesi, Darwin, che ai tempi di Hwang pubblicava articoli intitolati «Le tigri asiatiche» in cui lamentava i limiti a cui era sottoposta la ricerca italiana e la confrontava con i risultati strepitosi raggiunti in Corea, nell’ultimo numero ammette il sostanziale fallimento della tecnica di trasferimento nucleare, anche nel campo della clonazione animale, dove ha una efficacia troppo bassa (non superiore al 2%). Ma leggendo l’intervista a Veronesi, e buttando un occhio al grafico che campeggia in basso, il lettore del Corriere non potrà che immaginare che la creazione degli embrioni chimera gli allungherà la vita, o perlomeno la allungherà ai suoi figli. Non entriamo in altri dettagli dell’intervista, perché la disinformazione, più o meno consapevole, è un peccato diffuso. Quanti scienziati, in questi anni, hanno inutilmente alimentato la speranza dei malati di Alzheimer, di Parkinson, di diabete? Quante volte abbiamo letto che il sacrificio seriale di embrioni umani era a fin di bene, e sarebbe servito a trovare in tempi brevi nuove terapie? Quante volte, durante la campagna per il referendum sulla legge 40, ci è stato ripetuto che i limiti alla ricerca erano crudeli, come se le cure fossero lì a portata di mano, impedite solo dal Vaticano e dai suoi alleati? Ancora oggi, di fronte all’inutile e rischioso esperimento di creazione degli embrioni chimera, si alimentano illusioni. Solo pochi scienziati, come Angelo Vescovi, spiegano onestamente che da un simile pasticcio non può venire fuori nulla di buono. «Si dice che gli embrioni ibridi (ammesso che si riesca davvero a ottenerli) serviranno a studiare i meccanismi di alcune gravi malattie umane, ed è un immenso controsenso scientifico» ha dichiarato Vescovi in un’intervista al Foglio (martedì è stato intervistato anche su queste pagine), e ha aggiunto: «La percezione è che gli interessi più forti in gioco siano solo in piccola parte scientifici. Sappiamo che i riflettori dei media sono accesi in permanenza sul capitolo clonazione, che suscita speranze di brevetti e di grandi guadagni».
Gli scienziati, però, e tutti quelli che lavorano nel campo dell’informazione su questi temi, hanno un’immensa responsabilità. È in base a quello che viene diffuso dai media che i cittadini si fanno un’idea, e scelgono. Non si può truccare il dibattito scientifico, non si può nemmeno, come disse il prof. Giulio Cossu giustificando una mistificazione pubblicitaria del ricercatore americano Robert Lanza, «aggiungere la salsa» ai propri risultati scientifici, cioè aggiustarli un po’. Chi è pro-choice, cioè a favore dell’assoluta libertà di scelta dell’individuo, ha più degli altri il dovere dell’onestà, perché senza un’informazione onesta non c’è vera libertà di scegliere.
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