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«In piazza con mio figlio per difendere un’idea di famiglia»

Versione adatta alla stampaVersione adatta alla stampaUn giovane papà spiega perché per la prima volta partecipa a una manifestazione
di Stefano Betti

Tratto da Avvenire del 27 aprile 2007

Andiamo a Roma io e Davide, mio figlio piccolo. Piccolo? Quando vuole lui, gioca a calcio con quelli di quinta e se ne fa vanto. All’anagrafe comunque sette anni. Una famiglia in formazione ridotta, non è stato difficile decidere, per noi la flessibilità è diventata un’arte. Lorena, mia moglie, c’è appena stata con la grande Giuditta, nove anni.

Metterli tutti su un qualunque mezzo di trasporto, questa sì è una manovra finanziaria. Fortuna c’è Internet e i voli low cost. 155euro e anche Davide proverà l’ebbrezza di staccarsi da terra. È la prima volta anche per questo (non gliel’ho ancora venduta, la tengo come una sorpresa).

Premetto, è la prima manifestazione di piazza cui andiamo. Voglio dire, Davide per ragioni anagrafiche, io per scelta, perché dei gruppi numerosi non ho mai avuto fiducia: più si è più si tende a rimandare i problemi invece di affrontarli, è un’esperienza nata sul lavoro e credo valga per tutto. Insomma se fosse per andare a sentirmi maggioranza per un giorno proprio non ci andrei: maggioranza per fare che? Anche Davide del resto non credo ami i gruppi numerosi, quando ci sono più di tre persone mi cerca ancora la mano e a me non dispiace affatto. Però a Roma ci andiamo perché Davide sta crescendo in una società in cui tra l’indifferenza è diventato più probabile, statistiche alla mano, essere padre di famiglia a 65 anni che alla mia età, ne ho 38. Padre di famiglia, non uomo sposato: non la struttura civilistica del matrimonio intendo, ma l’accoglienza di una vita nuova, come si può, come si riesce.

Non mi piacciono le statistiche almeno quanto non mi piacciono le piazze ma ho troppe volte dovuto ripetere a conoscenti e colleghi che sì, mi sono sposato a 27 anni, appena laureato, che abbiamo subito voluto dei figli e che ne abbiamo due. Ben due! Una schietta incredulità o peggio una certa distaccata comprensione nel volto dell’interlocutore, come se nel far famiglia ci sia un qualche inconfessabile peccato di gioventù e non una scelta, mi hanno fatto capire in che genere di società sta crescendo Davide. Intendiamoci, poi ci sono i nostalgici, quelli che vedono solo macerie attorno, a partire dalla loro vita, ma sono concordi nel dire, certo sì che il matrimonio è proprio una bella cosa, e nella casistica della disillusione non siamo che all’inizio.

Davide non farà fatica a capire che una società che non accoglie la vita, che non la dona, non è uno specchio che riflette uomini nuovi, con inalienabili nuove esigenze di cui prendere atto, ma del solito vecchio vizio della nostra umanità che si chiama egoismo: uno riceve un dono e se lo tiene, non per custodirlo che è già una responsabilità, ma per tenerlo e basta. Non farà fatica a capirlo da sé, anche perché non credo che a Davide potrò mai spiegare niente della mia scelta di essere famiglia. Di solito quando voglio spiegargli qualcosa sto già accusando una sconfitta. Insomma a Roma noi ci andiamo, ci andremmo anche da soli ma sicuramente qualche amico lo troviamo. Ad esempio c’è Pino, di Arosio un paese vicino al mio, a lui ne sono capitate tre tutte femmine, credo porti Emma, la mezzana. Viaggia in pullman. Non è stata una scelta la sua: dopo una disastrosa lezione-comizio voluta dalle maestre di sua figlia, in cui un sedicente esperto che avrebbe dovuto insegnare ai bambini l’amore per la natura gli ha propinato una densa melassa di imperialismo americano tipo boicottiamo la cocacola, Pino è andato dal sindaco del suo paese e gli ha chiesto se era questo che intendeva per educazione.

Questo è rimasto un po’ lì allora il mio amico che non perde tempo gli ha fatto una proposta: andiamo a Roma! E il sindaco, che in fondo con l’imperialismo americano non ha voglia di allevare i figli, e quando hanno sete gli dà la minerale già di suo, ha detto sì: «Io ci metto il pullman, lei lo riempie». Con Pino ci sentiamo a Roma, in piazza, teniamo i telefonini accesi. Anche la porta bluetooth per chi sa cos’è, io mi chiamo "ronin" e potete messaggiarmi a volontà, poi magari su queste pagine raccontiamo come è andata. In piazza non ci sarà mio cognato Giorgio, il lavoro lo assedia, ma guarderà in tv. Pure lui che di famiglie ne ha fatte due ché non tutte vanno per il meglio e sa quanto valgono proprio mentre aspettano il dono di un figlio.

Non ho idea di cosa troveremo, sono certo che agli organizzatori non sfugge il fatto che in Piazza San Giovanni ci siano anche Emma e Davide e loro non sopportano la gente che parla. Preferiscono i clown, i giochi di prestigio, i burattini... Sinceramente anch’io non ho tanta voglia di sentir parlare di famiglia, il secolo scorso è stato pieno di una retorica stagna di cui forse paghiamo ancora lo scotto, né credo che un discorso spiegherà a mio figlio quello che non ha visto tra me e Lorena. Mai. Del resto non sono neppure certo che nel destino di mio figlio ci debba essere per forza una famiglia. Non ho affatto paura delle mille forme che la libertà di mio figlio prenderà: troverà uno sguardo buono ovunque decida di andare, è andata così per me e non ho numeri più buoni dei suoi. Se la famiglia è un posto dove esser felice ne vorrà una sua e la vorrà subito, come vuole oggi un giocattolo di sua sorella.

Quello che temo è che per imperizia o stupidità gli adulti gli passino oggi l’idea che quello che ha visto tra me e Lorena sia un fatto dovuto e non un dono. Un bene socialmente esercibile sempre e comunque e non un dono: questo lo renderebbe arrogante. E ancora, che quello che ha vissuto crescendo in famiglia sia uno dei tanti modi per accogliere la vita che tanto arriva comunque, di suo germoglia anche sotto i sassi. Questo lo renderebbe cinico nei confronti della propria fecondità, violento con chi non la asseconda.

Una delle cose che i figli portano in famiglia è lo stupore, cresciuti, "smagati", gli ricorderemo che il più grande miracolo, più grande della vita biologica, è quello di un ragazzo/ragazza che con te decide di intraprendere un progetto di vita senza chiederti nulla in cambio, di fronte a questo lo stucchevole determinismo scientifico della nostra società deve solo chinare la testa. La mia famiglia ha messo un seme di felicità nel cuore dei nostri figli, vada come vada non vogliamo che la società tenti di barattarlo con qualche surrogato di benessere.

Ci vediamo a Roma.


L'Italia che vuole esserci

La macchina organizzativa del Family Day procede a vele spiegate. Treni speciali e pullman sono già in programma da ogni regione d’Italia, sull’onda dell’entusiasmo di decine di movimenti, associazioni, parrocchie, centri culturali. Tanti sono anche coloro che, come l’autore di questa pagina, Stefano Betti, hanno scelto il fai-da-te per raggiungere Roma il pomeriggio del 12 maggio, chi in aereo, chi in automobile.

Invitiamo i lettori che intendono partecipare alla manifestazione in Piazza San Giovanni in Laterano a mandarci una mail all’indirizzo famiglia@avvenire.it in cui spiegano brevemente i motivi per cui hanno deciso di esserci, possibilmente allegando una foto della famiglia. Ne uscirà un ritratto limpido e reale dell’Italia che "tiene famiglia". E vuole dirlo pubblicamente.




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