il Mascellaro è diventato Miradouro   [leggi perchè]
Da oggi puoi utilizzare l'indirizzo www.miradouro.it
Cristo risorto Medaglia miracolosa
Davide.it ACCESSO FILTRATO A INTERNET

Avviso ai naviganti

Questo non è il sito della
Associazione Culturale
il Mascellaro
.
Per andarci, cliccare
sull'albero qui sotto.

Turchia fredda al funerale dei cristiani sgozzati a Malatya

Versione adatta alla stampaVersione adatta alla stampaCiviltà )( Barbarie Poca gente, una chiesa si tira indietro, una famiglia ottiene il rito islamico. Il paese pensa già ad altro • Nella città della strage gli ultranazionalisti avevano fatto pulizia etnica già negli anni Settanta • Ai funerali di Smirne, a mille chilometri dal luogo dell’eccidio, gli unici musulmani presenti sono i giornalisti, i cameraman e due delegati, mandati dal sindaco e dal prefetto

Tratto da Il Foglio del 25 aprile 2007

Smirne. All’ultimo momento il funerale delle vittime della strage di Malatya non si è svolto nella chiesa anglicana di St. James a Smirne, ma presso la chiesetta battista di Buca, paesone a 20 minuti di auto dal centro della terza città della Turchia. Lì, lontano dalla folla dei turisti del weekend e dei tifosi della squadra di calcio dell’Izmir che in attesa della partita serale il sabato pomeriggio affollano il quartiere di Alsancak – dove si trovano la chiesa anglicana e quella cattolica – si è svolta l’ultima cerimonia di una sola delle tre vittime: Necati Aydin, originario della zona. Nell’indifferenza generale della popolazione: 500 persone appena si sono concentrate nel cortile della chiesetta di Busa – un tipico edificio in stile anglosassone, in pietra viva e a pianta centrale, col tetto spiovente coperto di lastre di ardesia – per due terzi turche e per un terzo straniere. Quasi tutti protestanti delle più svariate denominazioni. Musulmani erano solo i giornalisti, i videoperatori, un delegato del sindaco e uno del prefetto. La Chiesa cattolica in Anatolia era rappresentata dal parroco di Antiochia, il cappuccino padre Domenico Bertogli, e da due suoi confratelli. “Il problema – dice il giornalista Taylan Bilgic del Turkish Daily News – è che la gente condanna l’omicidio a parole, ma subito dopo dice: ‘Perché i titoli dei giornali non danno lo stesso spazio ai musulmani che tutti i giorni vengono uccisi in Iraq?’”. L’attenzione è concentrata sulle imminenti elezioni presidenziali (che secondo la Costituzione spettano al Parlamento) e sul tira e molla intorno alla candidatura del premier Erdogan, che ieri si è chiamato fuori annunciando che il candidato e sicuro eletto sarà il ministro degli Esteri Abdullah Gül. In tutto questo apparentemente non si può vedere la mano delle autorità. «Abbiamo deciso di spostare il funerale perché i sacerdoti anglicani ci hanno posto delle condizioni inaccettabili», spiega il reverendo Bahn Konutgan della Emmanuel Evangelish Church. “Volevano che la cerimonia non durasse più di 45 minuti e avrebbero ammesso nell’edificio solo 150 persone”.

I resti degli altri due assassinati non sono arrivati a Smirne, perché il tedesco Tilmann Geske è stato seppellito venerdì scorso, secondo la sua volontà, nella terra di Malatya, nel cimitero armeno della città. Prima della pulizia etnica attuata dagli ultranazionalisti negli anni Settanta, Malatya ospitava una popolazione di 10 mila armeni. Oggi la città continua a vivere una forte contrapposizione fra la popolazione sunnita (islamista o nazionalista) e quella alevita, una setta musulmana prossima allo sciismo, i cui membri militano in gran numero nei partiti laici e di sinistra. La stessa casa editrice Zirve era stata insediata nel quartiere alevita per garantire una maggiore sicurezza, ma alla manifestazione di protesta contro il delitto non si sono presentate più di 300 persone. Erano state alcune migliaia all’analoga manifestazione dopo l’omicidio di Hrant Dink. Il terzo assassinato, Ugun Yüxksel, quello che rispondendo ambiguamente a una chiamata sul cellulare mentre veniva brutalizzato ha innescato l’allarme che ha portato all’irruzione della polizia, è stato inumato nel cimitero musulmano di Elazig, nei pressi di Malatya, perché la famiglia non ha voluto riconoscere la sua conversione al cristianesimo, che pure appariva già notificata sulla carta di identità. Un giornale locale ha pure scritto di “carte di identità falsificate”.

L’indifferenza popolare è in forte contrasto col grande interesse dei giornali e delle tivù, che hanno dato molto spazio al misfatto senza tacere i dettagli più imbarazzanti: le sevizie inferte alle vittime, il fatto che gli assassini avevano pregato insieme dentro una palestra prima della loro impresa, le dichiarazioni di perdono cristiano ai carnefici da parte delle vedove degli uccisi. Il momento più toccante della cerimonia è stato infatti quando la vedova di Necati Aydin, Semsa, ha preso la parola tenendosi abbracciata il figlio maschio Elisah, 6 anni, dopo un’interminabile catena di sermoni dei pastori presenti. “Mio marito voleva essere un Cristo vivente, e così è stato, perché è morto proprio come Gesù”, ha detto. “Non provo rabbia nei confronti dei suoi assassini; nella Bibbia c’è scritto che chi segue Cristo patirà persecuzioni: queste cose è inevitabile che succedano”.

Ragioni razionali per considerare il proselitismo protestante una minaccia all’identità religiosa storica della Turchia non ce ne sono. “Sì, è vero, nel paese ci sono una dozzina di case editrici e di distribuzione di letteratura religiosa cristiana”, spiega il pastore battista Ertan Çevik. “Ma il numero dei seguaci e simpatizzanti è fra i 3 e i 5 mila in tutto; i luoghi di culto, comprese le chiese domestiche, sono fra 50 e 100. A Malatya la comunità protestante era formata da 25 persone prima della strage”. Eppure lo stesso Necati Aydin aveva conosciuto la persecuzione a causa della sua conversione, avvenuta nel 1999. L’anno dopo era stato arrestato insieme a un confratello con l’accusa di aver denigrato la religione musulmana e aveva trascorso un mese in una cella superaffollata da 35 detenuti prima di essere processato e assolto. Tutto il funerale è stato intensamente protestante. Nessun segno di croce al passaggio della bara, ma inni e grida di “alleluia”. Nessuna immagine religiosa, ma corone di fiori appoggiate alle pareti esterne della chiesa, una bandiera turca, un’immagine di Atatürk e una sottile, alta croce marrone con sopra inchiodata una foto di Necati Aydin sorridente in giacca e cravatta. L’emozione della circostanza è stata affidata agli inni: gospel afroamericani, litanie arabe e melodie anni Sessanta che non hanno lasciato nessuno col ciglio asciutto.

Dopo due ore di rito il feretro è stato trasportato al cimitero latino di Karalabas, sulla strada per l’aeroporto, e inumato fra canti e sermoni all’ombra di due cipressi. Al posto della lapide un grande cuore rosso di metallo con sopra dipinte le parole “Yamasak Mesihtir Ölmekse Kazanç”, cioè la famosa citazione da san Paolo: “Per me vivere è Cristo, e morire un guadagno”.




I diritti degli scritti presenti in questo sito sono di esclusiva proprietà dei rispettivi autori e/o editori.
Tutti i loghi e marchi presenti in questo sito sono proprietà dei rispettivi proprietari.

Tutto il materiale presente su miradouro.it, mascellaro.it, mascellaro.eu è pubblicato a scopo non lucrativo informativo e/o documentale in totale buona fede d'uso. Chiunque avesse eccezioni o vantasse diritti di copyright e volesse farli valere è pregato vivamente di comunicarcelo via e-mail (nella sezione "Contattaci") attestando le sue dichiarazioni comprovate.

Quanto pubblicato in queste pagine e che non competa il nostro ingegno, è dichiarato nella voce "tratto da" o "fonte" presente in testa al contributo proposto o al piede.

Seguite il Miradouro su Twitter

Premium Drupal Themes by Adaptivethemes