Versione adatta alla stampa
di
Giuliano Ferrara
Tratto da

del 26 marzo 2007
Il Cristo santone che crocifigge i libri e sceglie la carezza della vita, il Cristo di Ermanno Olmi, trionferà a Cannes, e nelle sale arriverà come una grande epifania dei valori contro i delitti concettuali e storici della cultura, dell'arte, della teologia, contro l'aridità della religione che celebra il suo idolo tra gli incensi e sugli altari.
Ma quale figlio di Dio, Cristo è un uomo e basta, amabile per di più, bello come Raz Degan, ci libera perdonando, rifiuta di giudicare, e insegna soltanto l'amore come prossimità (che parola di merda) e come ascolto (che parola vuota, quando nessuno parla). Lo puoi incontrare dietro l'angolo, basta svestirsi dei panni curiali di ogni possibile civiltà, basta indossare la povertà come cilicio della salvezza, basta rendersi semplice, ignorante, stradaiolo, ed ecco che la salute del cuore credente fa premio sulla salvezza dell'anima come sistema complesso, misterioso, come messaggio da decifrare nei secoli, come tradizione vivente, come disciplina liturgica, come dramma nel chiostro, esercizio spirituale pensato, ripensato e sorvegliato.
Olmi è un poeta e un regista che merita il culto tributatogli universalmente, non lo discuto, e non vedo l'ora di vedere il suo film nel dvd che mi porterà mia moglie tenendo in una mano, carezzandolo, un libro del cardinale Newman sullo sviluppo della dottrina cristiana e nell'altra, stringendolo nel suo spessore, l'introduzione al cristianesimo del cardinale Ratzinger, insomma una specie di esorcismo laico contro tutte le eresie, contro tutte le comunità di base e di Bose, contro il business dell'irrazionalismo irreligioso promosso dai cattivi lettori di Karl Barth, poi entrerò nel web per avere notizie del generale Petraeus, se mai riesca a scoraggiare gli assassini che uccidono i civili affinchè sìa abbattuta la democrazia esportata con l'onore delle armi, e mi compiacerò delle legnate che il Papa regnante ha assestato, ricevendo i ciellini, sul basto asinino di quest'Europa salumiera.
Scherzi a parte, e a parte che c'è il Cristo ricco e severo del cardinale Biffi, la sua gioia di cherubini che sale verso le cose di lassù raccontate per la gente di quaggiù, un'alternativa convincente alla mitologia della fede fai-da-te, del popolo di Dio che fa a suo piacimento di ogni altare un'osteria e di ogni osteria un altare, a parte tutto questo, sono davvero stupefatto della semplicità di cuore con cui passa sui giornali laicisti e atei non-devoti l'appello controculturale e controrazionale di un soggetto cinematografico raccontato da tutti come la nuova rivelazione cristiana, quella che spazza via la leggenda dell'incarnazione, il ciarpame ieratico dei sacramenti, e ci dirige rapidamente verso l'umanità assoluta del Messia, senza nemmeno il conforto protestante della scrittura. Sola fide, e chiodi arrugginiti conficcati sul corpo dei libri, sacri e profani.
La fede semplice e povera e l'amore di prossimità, che hanno tutto il diritto di vivere i loro assoluti in nome della libertà dell'uomo, sono però diventati lo strumento perfetto, inconsapevole e perciò tanto più efficace, demagogico, per il compimento ideologico della secolarizzazione e per l'apostasia occidentale. Il decalogo si fa catalogo, questo: credere senza studiare, amare senza apprendere e senza insegnare, perdonare senza giudicare, l'anarchia spirituale e l'egoCristocentrismo in cui tutti possono essere nazareni e nessuno deve essere propriamente cristiano, fino alla crocefissione dei libri in nome della salvezza dalla religione, questo strumento di regno, questa istituzione terrena destinata di per sé a ogni fallimento.
Sono certo che il film di Olmi mi piacerà, perché è molto bravo e intenso e forte, ma non mi lascerò ingannare dalla sua malia. Per noi atei devoti Cristo non è un'icona a disposizione della sensibilità individuale, uno che nasca per curare l'ansia e il timore e il tremore che nascono dagli aut aut dell'esistenza, è semmai la più grande delle ipotesi sul mondo e sulla trascendenza fondata su un avvenimento duro come un fontanile di pietra, costruita in secoli di storia teologica ed ecclesiastica, vissuta come tradizione e cultura e politica da generazioni bimillenarie. Un santone no. La crocefissione dei libri no. Siamo troppo laici per questo tipo di devozioni. Abbiamo ancora la memoria dei roghi di libri. Preferiamo l'incenso.
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