Versione adatta alla stampa
Quella sicumera davanti all'esortazione apostolica
di
Pio Cerocchi
Tratto da

del 15 marzo 2007
Tutti i grandi personaggi della storia con sole pochissime eccezioni, quando si sono trovati in opposizione alla Chiesa, hanno provato qualche dubbio; un tormento interiore o qualcosa del genere.
Magari non proprio un dubbio sistematico, ma un pensiero fuggito all'autocontrollo per un moto spontaneo dell'animo, questo sì, tutti più o meno lo hanno avuto, a partire - si racconta - dallo stesso Martin Lutero, per non dire di Garibaldi e tanti altri che in qualche momento della loro vita, hanno sentito il bisogno di cedere un po' del proprio orgoglio, in nome di quella che gli appariva come la debolezza di un mistero, sul quale però poteva poggiare ancora qualche lontana speranza. Nella consapevolezza questa sì adulta, che qualche tratto di verità possa annidarsi anche dove non si vorrebbe, come ben riconobbe (e non solo in tarda età) il laico per eccellenza, Benedetto Croce.
Lunga premessa per descrivere uno stupore: quello suscitato dalla spavalda sicurezza con la quale i "sessanta" cattolici democratici della Margherita hanno reagito - pare - ad una sola voce dinanzi all'invito alla «coerenza eucaristica» contenuto nell'esortazione Sacramentum Caritatis di Benedetto XVI. Oh, ben'inteso, ha ragione monsignor Bruno Forte quando avverte che non ci può essere un'applicazione meccanica delle parole del magistero; allo stesso modo però in cui non ci può essere un'esenzione altrettanto meccanica dallo stesso magistero.
E invece, una serie di affermazioni al suono di «Non cambia nulla» ha contrassegnato la reazione degli esponenti più in vista del gruppo. Da Franceschini a Castagnetti. Una sorta diipse dixit che non lascia, almeno nella pubblica percezione, alcun margine, non dirò ad una supina accettazione delle parole del Pontefice, ma almeno ad un vago bisogno di lasciare qualche spazio ad una approfondita riflessione, al di là della riaffermazione, davvero non richiesta, di una fedeltà ad un ddl che, a sentir loro, sembra tirato giù dalle Pandette di Giustiniano a f ondamento della futura (e già gloriosa?) civiltà giuridica del Paese. I "sessanta", titola la Repubblica, vanno avanti. Ma dove? Possibile che non si avverta che ci potrebbe anche essere una qualche ragione dalla parte di un magistero che drammaticamente difende il deposito di quella verità di Dio sull'uomo, che chiama un popolo a riconoscerla e a fondare su di essa e non contro di essa, un cammino di liberazione dalla povertà spirituale che, nella crisi della modernità, sta cancellando anche il cielo? In altre parole, c'è da chiedersi quale modello antropologico, quale umanesimo cristiano persuadano così sollecitamente e unanimemente a considerare irrilevante il magistero di una Chiesa su un punto sul quale essa, peraltro, non fa che riconfermare un insegnamento mai dismesso nei secoli? E perché allora chiamarsi "cattolici" oltre che "democratici" e magari a questo titolo immaginare di tornare un domani a chiedere voti, e non avvertire invece, come un bisogno primario, quello di ricercare percorsi di coerenza sul merito di un provvedimento (ma altri ce ne saranno) che il richiamo formale alla laicità, davvero non esorcizza dai rischi dei suoi inevitabili effetti negativi sul Paese? Dove saranno le credenziali per un simile appello?
Perché allora non fermarsi un attimo fuori dai riflettori, e dirsi: ragioniamo. Senza pregiudizi, mettendo da parte le convenienze di coalizione, per chiedersi invece: come facciamo a meritare la nostra storia, al pari di quanto i diessini intendono fare con la loro? Insomma meno gregariato per tutti, e un di più di fiducia in quella libertà che è - e resta - l'alveo naturale della laicità. E forse potrebbe convenire politicamente e, in un futuro che non sembra poi così lontano, anche in termini di voti.
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