Versione adatta alla stampaCefalonia, contestata la «verità» degli storici
La polemica • Un libro e un convegno riaprono la disputa sul generale Gandin, difeso da Giorgio Rochat
di
Antonio Carioti
Tratto da

del 1 marzo 2007
A Cefalonia il disastro dell' 8 settembre 1943 toccò il punto più tragico. Nell'isola greca dello Jonio migliaia di militari della divisione Acqui vennero fucilati dopo aver cercato di resistere ai tedeschi. Al loro sacrificio il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano renderà omaggio il prossimo 25 aprile, ma la discussione su quei fatti resta aperta. E non solo per i risvolti giudiziari, come l'ordinanza con cui la procura di Monaco ha appena confermato il proscioglimento di un ex ufficiale della Wehrmacht che partecipò alla strage. Ma anche per le posizioni assunte da alcuni ricercatori non accademici.
Per esempio I' importante convegno sull'argomento che si tiene a Parma domani e dopodomani, con un'introduzione di Nicola Labanca, è contestato da Massimo Filippini, figlio di un caduto di Cefalonia. Egli afferma che i morti italiani furono meno numerosi rispetto alle stime correnti (circa 1600, a suo dire, e periti quasi tutti in combattimento) e che la colpa dell' eccidio ricade sugli ufficiali della Acqui più risoluti nella volontà di combattere i tedeschi.
All'opposto si colloca Paolo Paoletti, che sarà presente a Parma e ha appena pubblicato presso Franco Angeli una ponderosa ricostruzione dell'accaduto, corredata da parecchi documenti, con il titolo Cefalonia 1943, una verità inimmaginabile (pp. 543, 32). Il libro è una requisitoria contro il comandante della Acqui, generale Antonio Gandin, e la storiografia accademica: accusa studiosi come Giorgio Rochat, Gian Enrico Rusconi, Elena Aga Rossi di aver ignorato i fatti per coprire il comportamento proditorio dello stesso generale, fucilato dai tedeschi e decorato con la medaglia d' oro alla memoria.
La tesi di Paoletti è che Gandin abbia rifiutato di cedere le armi perché voleva portare in dote a Mussolini la sua divisione, o almeno una parte, con tutto l'equipaggiamento: per questo rifiutò I' aiuto della missione militare alleata; fu alquanto malleabile nei negoziato con la Wehrmacht, cui cedette la località strategica di Kardakata; ignorò a lungo l'ordine del comando supremo di «considerare i tedeschi come nemici». Poi, incalza Paoletti, il generale comunicò alla controparte germanica che i militari della Acqui si rifiutavano di eseguire gli ordini, presentandoli dunque come degli ammutinati. Costretto a battersi dalle pressioni dei suoi uomini e dalla decisione tedesca di rompere gli indugi, Gandin (sempre secondo Paoletti) condusse le operazioni in modo pessimo, affrettando la disfatta, e fu poi eliminato dai nazisti perché considerato inaffidabile.
Fra gli studiosi presi di mira dal libro, Rusconi avrà modo di confrontarsi con I' autore a Parma. Rochat, interpellato dal «Corriere», respinge le argomentazioni di Paoletti, che considera dettate da «smania di protagonismo».
«Dopo l'8 settembre - prosegue lo storico - nei Balcani tutti i generali italiani, lasciati senza ordini precisi, vissero le stesse incertezze di Gandin. E molti finirono fucilati come lui. Il comandante della Acqui non eseguì I'ordine di arrendersi giunto dal comando italiano di Atene, ma non se la sentiva di sparare contro i tedeschi, che fino a un attimo prima erano stati nostri alleati. Il fatto di trovarsi su un' isola gli consentì di rimandare lo scontro: forse s'illudeva di poter ottenere concessioni per via della sua passata dimestichezza con i nazisti. Certamente commise degli errori e condusse male la difesa di Cefalonia. Lo si può criticare, ma è assurdo bollarlo come traditore, se non altro perché alla fine decise di combattere».
Ma perché non si rivolse agli angloamericani? «Gli alleati erano impegnati a Salerno e non controllavano ancora gli aeroporti della Puglia: non si poteva contare su di loro. Del resto i britannici fallirono quando cercarono di venire in soccorso alle nostre guarnigioni nelle isole dell'Egeo».
Quanto al numero delle vittime, Rochat boccia Filippini: «I suoi dati sono inattendibili. I militari italiani uccisi furono meno di quanto si diceva un tempo, ma comunque circa quattromila». Per giunta, aggiunge lo storico tedesco Lutz Klinkhammer, «è presumibile che nella grande maggioranza siano stati fucilati dopo la resa, visto che le perdite della Wehrmacht furono di soli 80 uomini».
Klinkhammer non ha alcun dubbio sulla natura criminale della condotta tedesca a Cefalonia, mentre invita alla cautela nel giudizio su Gandin: «È molto difficile valutare le sue intenzioni, perché le fonti scarseggiano. Siamo nel campo delle ipotesi. La mia impressione è che il comandante della Acqui si rendesse conto che la situazione era disperata e abbia cercato di guadagnare tempo, sperando invano di ricevere rinforzi dall'Italia».
Le vittime di Cefalonia
Interventi e repliche
Tratto da

del 7 marzo 2007
Sul
Corriere del 1° marzo leggo che il professor Rochat «boccia» come «inattendibili» i miei dati sul numero delle vittime di Cefalonia (da me indicate in circa 1600 militari caduti e/o fucilati prima e dopo la resa), pur ammettendo che «i militari italiani uccisi furono meno di quanto si diceva un tempo, ma comunque circa quattromila».
Faccio notare che le cifre da me indicate sono contenute nella documentazione esistente presso l' Ufficio storico dell' Esercito, che Rochat visionò addirittura nel 1992, ma che non volle utilizzare, forse - a voler pensar male - per il ridotto numero delle vittime in essa contenuto. Un dato nettamente in contrasto con le cifre abnormi da lui un tempo accreditate, che di recente ha disconosciuto in un' intervista resa all' Avvenire, dopo l' uscita del mio ultimo libro («
I Caduti di Cefalonia: fine di un mito», edizioni Ibn) dicendo che «i 9 o 10 o 11 mila morti di cui si parla sono invenzioni, tirate fuori da gente che non ha capacità storica e somma tutte le cifre possibili».
Malgrado ciò Rochat dichiara inattendibili i dati da me forniti a vantaggio dei suoi, a fondamento dei quali egli pone le cifre contenute in documenti della Marina tedesca relativi al numero dei prigionieri italiani deportati sul continente. Da ciò egli ricava - per sottrazione dal totale degli uomini della divisione Acqui - il numero di 3800-4000 caduti e fucilati dai tedeschi.
Si dà il caso però che lo stesso metodo egli l' abbia già utilizzato sul punto in questione nel suo libro del 1993, in cui però le vittime da lui «conteggiate» furono quasi il doppio. Nel volume «La divisione Acqui a Cefalonia» egli infatti scrisse: «Fu lo spirito di vendetta dei comandi e dei reparti tedeschi a provocare il massacro di 6500 italiani, in gran parte trucidati dopo che si erano arresi». Tutto ciò in base alla stessa documentazione da cui oggi ricava che i morti furono 3800.
Ciò convince sempre più che i dati reali e veritieri sono quelli contenuti nei tabulati conservati nell' Archivio storico del nostro Esercito con tanto di nomi e cognomi, invece di quelli cui è giunto, per ora, Rochat, che hanno la caratteristica di essere alquanto elastici e buoni per tutte le occasioni; in una parola del tutto inaffidabili.
Massimo Filippini, Latina
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