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*Chiusura del processo diocesano per la beatificazione del Servo di Dio Giuseppe

Versione adatta alla stampaVersione adatta alla stampaEcco il testo che ha accompagnato la chiusura del processo diocesano per la beatificazione del Servo di Dio Giuseppe Fanin, avvenuta nella Cattedrale di Bologna il 4 Novembre 2003

Giuseppe Fanin nacque a S. Giovanni in Persicelo l'8 gennaio 1924. Fu battezzato nella chiesa parrocchiale di Lorenzatico il 13 dello stesso mese.

Era il terzo dei dieci figli che allietarono il focolare di Virgilio Fanin e Stella Italia Borìnato. Il nonno di Giuseppe, oriundo di Sossano (VI), si era trasferito con la famiglia nel territorio di S. Giovanni, portando, assieme alle tradizioni contadine della sua gente, il patrimonio di una religiosità franca e inossidabile.

Giuseppe, come gli altri figli, ricevette dalle radici familiari, in particolare dalla nonna Angela, la prima linfa che nutrì la sua crescita preparandolo per una giovinezza esemplare.

L'animazione della comunità parrocchiale realizzata da Don Enrico Donati a Lorenzatico, conferì alla sua fanciullezza il culto della vita interiore, alimentato anche con giornate di ritiro e di Esercizi Spirituali, e l'impegno nell'attività associatìva che durante il ventennio si riduceva praticamente alla militanza nell'Azione Cattolica.

Il trinomio Preghiera-Azione-Sacrifìcio, assorbito in quegli anni, non lo abbandonò più, diventando il criterio della sua vocazione.

Dopo una breve permanenza nel Seminario Arcivescovile di Bologna, Giuseppe frequentò la Scuola di Avviamento "G. C. Croce" dì S. Giovanni in Persiceto, poi l'Istituto Tecnico Agrario "G. Scarabelli" di Imola, ed infine, nel 1943, si iscrisse alla Facoltà di Agraria dell'Università di Bologna.

Gli avvenimenti dell'8 settembre 1943 incepparono il corso degli studi. Per evitare ritorsioni alla famiglia, il 3 dicembre dello stesso anno egli rispose alla chiamata alle armi. Da Modena fu trasferito dapprima a Vercelli, poi ad Auerbach (Germania) per l'addestramento come artigliere della Divisione "S. Marco".

Rientrato in Italia durante l'estate, tornò in famiglia con regolare licenza proprio mentre si dava per certo l'arrivo imminente degli Alleati. Fanin fu ricoverato nell'ospedale di Castelfranco Emilia per una operazione di appendicite, rimanendovi poi fino al passaggio del fronte. È accertato che egli non partecipò a nessun atto cruento di guerra o di repressione antipartigiana.

Con la fine delle ostilità, egli potè finalmente frequentare con regolarità le lezioni presso la Facoltà di Agraria, sostenendo in un "biennio tutti gli esami del quadriennio e laureandosi il 12 febbraio 1948.

Un incidente tranviario, del quale era rimasto vittima nel centro di Bologna, aveva maturato ulteriormente il suo spirito per l'ora del Golgota. Ricoverato inizialmente all'Istituto Rizzoli, poi di nuovo a Castelfranco E. dal novembre 1945 alla primavera del 1946, soffrì l'angoscia del Getsemani nell'adorare la volontà del Padre. Nel dolore fisico, aggiunto a quello morale dell'inerzia, coltivò l'assiduita della preghiera e dei Sacramenti, e continuò la preparazione degli esami in condizioni eroiche.

Tornato in famiglia dall'ospedale, egli, pur adempiendo i suoi doveri di studente, sviluppò quasi simultaneamente un prodigioso dinamismo sia all'interno della FUCI persicetana, sia nell'apostolato sociale delle ACLI, diventando collaboratore del Sen. Giovanni Bersani.

Nei giorni 2-5 aprile 1947, durante gli Esercizi Spirituali a Villa S. Giuseppe, gli ultimi della sua vita, scrisse la sua adesione al terzo grado di umiltà che S. Ignazio di Loyola chiama "perfettissimo": preferire alla ricchezza e agli onori la somiglianza al Cristo povero e insultato.

Nel 1948 Giuseppe Fanin raggiunse l'acme della sua attività e della sua immolazione.

Aggredito e percosso da alcuni scioperanti che avevano invaso la proprietà dei Fanìn (15 luglio 1948), continuò impavido la testimonianza per l'affermazione della Dottrina Sociale della Chiesa, concepita come parte integrante della Fede.

Portò in tante località della provincia bolognese lo stimolo della sua parola e del suo esempio, per la diffusione delle ACLI e per la nascita dei Sindacati Lìberi che si profilò come una necessità ineluttabile a difesa della libertà del lavoro, dopo l'attentato a Togliatti del 14 luglio.

Fu infaticabile, perseverante, coraggioso, esemplare, sereno, mite, puro.

Il 12 settembre Fanin partecipò all'adunata romana per l'80° di fondazione della GIAC. Nell'oceano dei baschi verdi che ondeggiava in piazza. S. Pietro anch'egli diventò grido ed applauso quando Pio XII pronunziò il memorabile discorso.

Gli ultimi due mesi della sua vita furono contrassegnati da una triplice accentuazione: delle minacce personali, che gli avvrsari diffusero contro di lui anche mediante un manifesto; delle accelerazioni, che egli conferì alle sue corse quale risposta alla crescita dei rischi; della decisione, ripetutamente confermata e mai smentita, di rifiutare qualunque arma per proteggere la sua incolumità.

La sera del 4 novembre (allora festa nazionale) si era recato al cinema locale con la fidanzata. Gli fu detto che tutti i posti erano occupati. Dopo avere riaccompagnato a casa la fidanzata, si avviò in bicicletta verso la propria abitazione di Lorenzatico.

Tre persone, incaricate dal segretario della Sezione PCI di S. Giovanni in Persiceto di "dargli una lezione", lo attesero in uno dei punti più bui del percorso. Colpito ripetutamente al capo con una spranga di ferro, Fanin fu abbandonato rantolante sulla strada. Visto da un passante e trasportato in ospedale, morì senza aver ripreso conoscenza, nella seconda ora del 5 novembre.

Gli aggressori e il mandante, rei confessi, furono condannati nel processo celebrato presso la Corte d'Assise dell'Aquila nel novembre dell'anno successivo.

La memoria di GIUSEPPE FANIN e della sua morte, costantemente definita come martirio, è rimasta sempre vìva nella Chiesa, nelle associazioni cattoliche, nel mondo del lavoro.

L'apostolo innocente e disarmato, abbattuto sulla strada vicino ad un mucchio dì ghiaia, è diventato, con l'offerta della sua giovinezza, segno insopprimibile di riconciliazione che indica al futuro dell'uomo il cammino costruttivo della solidarietà pacifica e operosa.

Non per nulla convergono nel suo nome vari movimenti ed associazioni come l'AC, la FUCI, il MCL, le ACLI, la CISL, la Coldiretti. A lui sono intitolate vie di numerose città italiane, e sedi associative, culturali, ricreative, sparse in tutto il territorio nazionale.

La sua figura fu additata come esempio anche dal Papa Pio XII, quando, ricevendo in omaggio dal parroco di S. Giovanni in Persiceto un busto in bronzo dì Giuseppe Fanin, nel novembre del 1950, benedisse quanti seguono le orme dell'eroico giovane.

La Chiesa di Bologna ha conservato costantemente la sua memoria con celebrazioni ed iniziative che costellano tutti ì cinquantacinque anni dal suo dies natalis.

Il Processo Canonico per la Beatificazione del Servo dì Dio è stato avviato il 1 novembre 1998 nella Collegiata di S. Giovanni in Persicero con una cerimonia presieduta dal Cardinale Arcivescovo Giacomo Biffi, Il medesimo Cardinale Arcivescovo lo chiude in un giorno emblematico, il 4 novembre 2003, 55° anniversario della sua uccisione, mentre apre le celebrazioni del XVII centenario dei SS. Vitale e Agricola, Protomartiri dell'Arcidiocesi.

L'ora degli echi e dei richiami, dei raccordi e delle consonanze, esprime la continuità dì un solco, fecondo da diciassette secoli.

Il 4 novembre 1948, giorno dei due Santi, sull'estrema propaggine del loro sacrifìcio cadde un altro chicco di frumento, e rinacque spiga di molto frutto, perché la fertilità del solco sì prolungasse più oltre.

Oggi Giuseppe Fanin, assieme ai primi martiri di Bologna ed a tutti quelli che li seguirono, lo affida alle messi del terzo millennio, perché ne assicurino l'avanzata con la ricchezza dei germogli, fino al giorno in cui l'Eucaristizzazione del mondo sarà definitivamente compiuta.

don Filippo Gasparrini

Postulatore


(Dal Vangelo secondo Giovanni - 12, 24):

"Se il chicco di grano, cadendo in terra non muore, rimane solo; se invece muore, porta molto frutto".



(Dagli Esercizi Spirituali [ 165-167] di S. Ignazio di Loyola):

"La prima forma di umiltà è necessaria alla salvezza eterna e consiste nel ridimensionarmi e umiliarmi quanto più mi è possibile per ubbidire in tutto alla legge di Dio Nostro Signore, tanto che, pure se fossi fatto padrone di tutte le cose create di questo mondo, o a costo della propria vita fìsica, non osi decidere di infrangere un comandamento, divino o umano, che mi obblighi sotto pena di peccato mortale...

La seconda è una umiltà più perfetta della prima e si ha... quando non osi decidere di fare un peccato veniale, fosse pure in cambio di tutto il creato o a costo di perdere la vita

La terza umiltà è perfettissima e si ha quando, includendo la prima e la seconda e consentendolo un'uguale lode e gloria della divina maestà, desidero e scelgo, per imitare e rassomigliare più effettivamente a Cristo Nostro Signore, la povertà con Cristo povero piuttosto che la ricchezza, le ingiurie con Cristo, che ne è ricolmo, piuttosto che gli onori, e preferisco di essere stimato stupido e pazzo per Cristo, che per primo fu ritenuto tale, anziché saggio e prudente in questo mondo".



(Dalla Riforma Spirituale del Servo di Dio GIUSEPPE FANIN - Villa S. Giuseppe, 2-5 aprile 1947).

"Ponendomi dinanzi a Dio e con il suo aiuto ora intendo compilare questo scritto, cercando di mettere sulla carta, con la maggior fedeltà possibile quelli che sono i pensieri e i propositi maturati nella mia anima e nel mio cuore durante questi, che spero, salutari e santi Esercizi.

Per primo punto, pur considerando le mancanze che in seguito per la mia stessa debolezza commetterò, intendo aderire al 3° grado di perfezione spirituale, secondo il pensiero di S. Ignazio. Quanto sopra nell'ambito della vocazione e dello stato di vita scelto (benché non sia ancor detta l'ultima parola) che a rigor di termini è definita matrimoniale".

Questo testo è lo stesso che, opera di Don Filippo Gasparrini, sfrondato di vare parti ha accompagnato anche l'apertura del processo. [Gianluca Cheli]



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